Davide Ricca “A Torino la politica si paga, nel weekend #OpenPd” (Huffington Post, 18 giugno 2013)

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(Davide Ricca, fonte immagine: FaceBook)

“Il punto è che se si è contro il finanziamento pubblico ai partiti, devi provare nella pratica a fare qualcosa di diverso. La libertà ha un costo”.

  • di Angela Mauro

Davide Ricca è un entusiasta quarantenne, renziano convinto di Torino. Già noto alle cronache per aver messo su la combriccola degli ‘Ateniesi’, a sostegno di Matteo alle scorse primarie, presidente dell’associazione ‘Adesso Torino!’, Ricca sta per dare l’esempio sulla questione finanziamento pubblico ai partiti. Sabato e domenica nel capoluogo piemontese, città operaia e forse storicamente non predisposta al renzismo, Ricca e i suoi hanno organizzato la prima convention politica a pagamento. Come si fa in America, come in Irlanda fanno persino gli anarchici e i Socialist Workers (provare per credere). Invitati: i parlamentari di area, saranno presenti Roberto Giachetti, Simona Bonafé, Lorenza Bonaccorsi, David Ermini, il costituzionalista Francesco Clementi (uno dei 35 saggi al lavoro sulle riforme) e tanti altri. Ma siccome la due giorni si chiama ‘#OpenPd’, “è aperta a tutti”, dice Ricca. Tanto più che si tratta di una delle prime iniziative “dal basso” per testare il clima dentro e fuori il partito in vista della discesa in campo di Matteo per la segreteria del Pd. Anche se lui a Torino non ci sarà, “non è previsto, è un workshop nato apposta per confrontarci e approfondire il programma - spiega Ricca –con Matteo l’iniziativa avrebbe cambiato segno”.
Detto fatto. Dal no al finanziamento pubblico con la proposta in Parlamento, gli apprezzamenti per quella del governo, alla prima iniziativa della nuova era.

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L’idea nasce sul web, abbiamo il nostro blog ‘Ateniesi.it’ nato dall’associazione ‘Adesso Torino!’ che io presiedo. Siccome abbiamo notato una distanza tra i comitati renziani sul territorio e l’anima più istituzionale dell’area di Matteo, cioè i parlamentari d’area, abbiamo avuto l’idea di organizzare questo incontro tra le due componenti. Saranno due giorni di workshop tematici, i deputati parleranno 5 minuti a testa, con risposta, insomma stile Leopolda. Abbiamo fatto un preventivo. Tra l’affitto della sala conferenze al Sermig di Torino, cioè il vecchio arsenale della pace, il pranzo e il coffee break ecc, ci viene a costare dai 5 ai 7 mila euro. Quindi abbiamo pensato a sottoscrizioni per chi parteciperà: per gli under 25, 40 euro; gli over 25 pagheranno 55 euro; chi partecipare solo per un giorno paga 30 euro. Poi se qualcuno vuole darci di più, noi non rifiutiamo. Pagheremo anche noi organizzatori. E se ci sarà un utile, lo doniamo al Sermig.

Quante adesioni avete finora?

Un centinaio e oltre dagli altri comitati in Italia e contiamo su un altro centinaio dal Piemonte. E’ un evento a porte chiuse pensato per duecento persone. Naturalmente per i giornalisti è gratis. I parlamentari potranno dare un’offerta, ma mi piacerebbe che pagassero tutta la quota. Il tutto con ricevuta, ovvio.

è un’iniziativa destinata a far discutere.

Il punto è che se si è contro il finanziamento pubblico ai partiti, devi provare nella pratica a fare qualcosa di diverso. In Italia siamo abituati ad andare agli incontri politici senza preoccuparci di chi ha pagato la sala, se lo ha fatto il partito o un privato, senza preoccuparci di sapere di chi sei ospite e se ha pagato il partito, beh sei ospite di tutti gli italiani. Mi chiedono: perché devo pagare per andare a un appuntamento politico? La risposta: non paghi per vedere un deputato ma contribuisci perché ci tieni, vuoi partecipare e fare in modo che riesca. Ogni sessione finirà con piccolo documento che vogliamo trasformare in una piccola proposta di legge. Impostiamo il tutto sul confronto, non vieni per ascoltare qualcuno. A settembre organizzeremo una seconda iniziativa del genere a Viareggio.

Ma non vi preoccupate di chi vorrebbe partecipare e non ha i soldi per farlo? Siamo in piena crisi, ci sono un sacco di disoccupati in giro …

Andiamo incontro a chi non la mette in termini polemici, chi non dice ‘siete dei matti a far pagare per la politica’, tanto la politica la paghiamo già. La libertà ha un costo. E sia chiaro: se non riusciamo a coprire i costi, ci rimettiamo noi, non chiediamo soldi ai parlamentari.

Colpisce il fatto che non chiediate ai parlamentari, se si pensa al M5s e alle polemiche sulla diaria. Qual è il mondo alla rovescia, il vostro o il loro?

Io non sono un purista dell’abolizione finanziamento del finanziamento pubblico. Basta che non ci siano più risorse a pioggia per i partiti. Comunque la nostra iniziativa non nasce dai parlamentari ma da chi ha voglia di confrontarsi con loro. E nasce per rispondere a chi si sta avvicinando al Pd ma non è ne è convinto, per dire che esiste un modo di fare cose diverse. Non va dimenticato che il Piemonte è la regione del casino delle tessere pagate … Noi non vogliamo essere di nessuno e non siamo di Matteo (ride).

Cosa c’è che non va tra i territori e i parlamentari?

Vanno capite le modalità di lavoro, soprattutto con chi arriva alle primarie di Renzi senza altri passaggi politici precedenti. E comunque bisogna coinvolgere gente nuova sia da fuori che nel partito, gente che magari può cambiare idea su Matteo. Non mi sorprenderebbe se sabato venisse qualcuno che alle primarie scorse ha sostenuto Bersani. La nostra iniziativa è aperta a tutti.

Anche perché siete in campagna ‘acquisti’, pardon ‘adesioni’, per la candidatura di Matteo per la segreteria.

Sì, va ricucito lo strappo delle scorse primarie. Anche se devo dire che io sono tra i renziani meno convinti della corsa per la segreteria. Cioè: se lo statuto resta questo, se automaticamente il segretario è anche il candidato premier, allora va bene. Altrimenti io lascerei stare il partito e sceglierei di fare il premier, quando arriverà il momento. Nel partito rischia di diventare uno come gli altri, non ce lo vedrei stretto a fare le mediazioni … Ma nella nostra associazione ci sono idee diverse …

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Matteo Renzi e l’abbraccio mortale di D’Alema (Linkiesta.it, 18 giugno 2013)

Politica: 

settimo sigillo

Il Pd deve decidere come stare nel mondo globale, superando la via della redistribuzione statalista

  • di Claudia Mancina

Sul Pd, appena un po’ risollevato dai risultati delle amministrative, incombe, minacciosa come un nuvolone nero, la prossima scadenza del congresso. Tanto minacciosa che il partito non è riuscito finora neanche a fissare la data, nonostante alcuni la chiedano a gran voce.
Il percorso è cominciato ieri con la riunione della commissione sulle regole. I problemi sono le ventilate modifiche statutarie, che dovrebbero blindare un maggioranza non ben identificata, se non dalla contrapposizione a Renzi, ma che non sono condivise da dirigenti importanti come Veltroni e D’Alema; e l’assenza, al momento, di possibili leader, vista l’incertezza del sindaco di Firenze e la difficoltà di trovare una candidatura alternativa alla sua.
In realtà, tutti questi problemi rimandano al problema di fondo che il Pd si è trovato di fronte dopo il fallimento del tentativo di Bersani di formare un governo, prima, e di determinare l’elezione del presidente della Repubblica, poi. E lo si può descrivere così: la vecchia maggioranza è saltata e non ce n’è ancora una nuova. Così si spiega il singolare fenomeno, evidente a tutti, di candidature apparentemente solide che durano lo spazio di un mattino, da Barca a Chiamparino.
Tutti i movimenti in corso si riducono a tentativi di dare origine a nuove maggioranze; e tra questi particolarmente evidente è il tentativo di una parte dei bersaniani di ricostituire una nuova-vecchia corrente sempre bersaniana.
Tutti gli altri, intanto, si muovono sempre più nell’orbita di Renzi.
I bersaniani (non tutti) hanno fatto la prima mossa, con un documento che ripropone alcuni dei chiodi fissi dell’ex-segretario (come la polemica contro il personalismo), ma segna anche approdi nuovi: il presidenzialismo, ad esempio, che Bersani continua a rifiutare, sembra essere accettato.
La cosa più interessante è però il riposizionamento di D’Alema, che avendo definitivamente rotto con il suo ex-pupillo Bersani sembra veleggiare verso Renzi. Questa è una rottura che cambia sostanzialmente gli schieramenti sul campo di battaglia. Un’alleanza con Renzi sembra strana, per ragioni personali e politiche. Chi lo conosce, però, sa che l’uomo fa sempre prevalere la politica sui problemi personali; e che la politica, lui lai vive e pratica in modo fortemente tattico.
Ovvero, se serve allearsi con Renzi si mettono da parte le differenze di concezione politica e di visione del ruolo del Pd. Insomma, se son rose fioriranno. Qualcuno, però, dovrebbe avvisare il sindaco, ancora inesperto della vita interna del Pd e probabilmente privo di memoria delle vicende dei post-comunisti, che l’alleanza di D’Alema è pericolosa; che di solito dura poco, ed è seguita da un netto distanziamento. Vedi il caso Prodi e poi il caso Veltroni.
Queste sono le cose che si sussurrano nei corridoi della politica e che si leggono sui giornali. Eppure, c’è qualcosa di assurdo nel parlare così del congresso di un grande partito, e per di più di un partito che vive una profonda crisi di identità. Non dovrebbe un congresso, prima che alleanze, porre questioni di politica, di scelte, di visione? La questione centrale di questo congresso, dopo tutto quello che è successo, non dovrebbe essere chiedersi che cosa vuol essere il Pd, se vuol essere un partito del presente e del futuro o un erede del passato, se vuole tradurre gli ideali di giustizia ed eguaglianza in forme compatibili con il mondo globale e con i vincoli europei, valorizzando l’iniziativa individuale e il mercato regolato, o continuare sulla via della redistribuzione statalista... ecc. ecc.?
Di tutto questo si parla poco o niente. Anche Renzi, che al tempo delle primarie sembrava puntare su una versione liberal della sinistra, ora sembra aver messo la sordina su questo punto, forse perché pensa che per vincere deve conquistare il corpaccione del partito. Eppure il Pd ha bisogno di una vera e sana dialettica politica, di una vera e sana battaglia delle idee, dalla quale possa uscire una identità definita, scelte culturali e programmatiche ben individuate. Solo così potrà salvarsi, rigenerarsi, offrire uno strumento valido ai cittadini che continuano a credere nella politica e anche riconquistare qualcuno di quelli che non ci credono più.
Le alleanze interne, i posizionamenti, la formazione di una nuova maggioranza, dovrebbero derivare dalla dialettica politica e non sostituirla. Altrimenti il Pd morirà di tatticismo e di trasformismo.

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Civati: “I dissidenti 5 Stelle sono almeno venti, Beppe dovrebbe accettare la realtà” (Il Messaggero, 18 giugno 2013)

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Al grande successo dei 5 Stelle non è corrisposta una reale comprensione dei meccanismi parlamentari ed è mancato un reale pluralismo. La cosa che colpisce di più è che la discussione dei Grillini verte solo su aspetti interni e organizzativi. Tutto si riduce a guardarsi l’ombelico e i propri difetti

  • di Ettore Colombo

È  vasta l’area del dissenso nel M5S, onorevole Civati?

« È abbastanza grande», risponde il deputato del Pd che in questi mesi si è incaricato di tenere aperti i collegamenti con i colleghi grillini. «Venti parlamentari, forse di più. Grillo e i suoi dovrebbero accettare la realtà».

E quale sarebbe?

«Al grande successo della sua lista non è corrisposta una reale comprensione dei meccanismi parlamentari ed è mancato un reale pluralismo. La cosa che colpisce di più è che la discussione verta solo su aspetti interni e organizzativi. Tutto si riduce a guardarsi l’ombelico e i propri difetti. Si sono chiusi in un empireo autoreferenziale e la percezione esterna è quella di una setta di iniziati. Il rischio è che non parlino più con nessuno o si parlino solo tra loro».

La accusano di fare dello scilipotismo tra i grillini.

«Io cerco con loro rapporti alla pari e sereni. Provare a parlarci non vuol dire cercare di corromperli. Sono molto più ambizioso di Scilipoti. Mi piacerebbe trovare forme di convergenza su alcuni temi in Parlamento e poi approvarli. Non inseguo cambi di maggioranza, ma vorrei incalzare il governo a fare alcune cose piuttosto che altre. Al governo del cambiamento si può arrivare solo per gradi».

Ma Bersani ed Epifani sono tornati proprio sul governo del cambiamento.

«Loro si limitano ad auspicare che un gruppo di grillini faccia la scissione per ottenerlo. Io invece dico che è tutto il movimento che si deve scongelare e mettersi in gioco. E comunque ci vuole molto di più di una semplice scissione dei grillini per mettere in moto il quadro politico e cambiare maggioranza di governo. Le cose muterebbero, invece, con una maggiore credibilità politica e parlamentare di tutto l’M5S. Se poi un pezzo di parlamentari grillini si stacca e inizia a lavorare con altri gruppi si vedrà cosa può nascere».

Su quali temi Pd e pentastellati possono lavorare insieme?

«Innanzitutto avviando un percorso di maggiore operatività del Parlamento. La prossima settimana si discute di F-35, di consumo del suolo, presto tornerà d’attualità la riforma elettorale. Si può vedere se cresce una maggioranza alternativa per via parlamentare. Non cade il governo se non compriamo gli F-35 o arriva dal Parlamento un segnale pro ritorno al Mattarellum. Abbiamo il governissimo, non il parlamentissimo. Non dico un governo di cambiamento, ma qualche legge di cambiamento si può portare a casa».

Tutto su Pippo Civati

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Gtt, il trasporto locale torinese migliora i conti e va sul mercato (La Repubblica, 17 giugno 2013)

Politica: 

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( 4 febbraio 2006: inaugurazione della prima metropolitana automatica d'Italia, D'Ottavio, Archivio GTT)

Crescono ricavi e margini nonostante il calo dei contributi pubblici. Una rigorosa opera di taglio dei costi senza intaccare il servizio. Può essere il primo passo per creare un “campione nazionale”

  • di Diego Longhin

Potrebbe essere l’operazione clou del 2013 nel settore del trasporto pubblico, dopo il primo tentativo del 2012, che aveva già attirato l’interesse di Trenitalia e del gruppo anglo-tedesco Arriva-Deutsche Bahn.
Gtt, il Gruppo Torinese Trasporti, che nell’area metropolitana di Torino gestisce bus, tram, metro, sosta a pagamento e due linee ferroviarie, è tornato sul mercato.
Il socio, il Comune di Torino, ha deciso di tentare di nuovo la strada della valorizzazione, ma in maniera diversa rispetto allo scorso anno, quando l’operazione si arenò su problemi di prezzo: nelle prossime settimane verrà scorporato il settore parcheggi, ceduto interamente a privati, e poi si venderà il 49% del trasporto pubblico locale.
La Città rimarrà socio di maggioranza, ma la gestione passerà al nuovo partner. L’occasione Gtt è ghiotta per il mercato, perché nonostante il quadro economico difficile, tra tagli dei contributi pubblici e aumento dei costi, in primis del carburante, la società torinese può presentare risultati in controtedenza. Il Gtt non è immune dalle difficoltà ma ha saputo sviluppare per tempo delle contromisure che oggi la rendono una delle aziende più solide.
Basta guardare l’ultimo bilancio firmato dall’ad Roberto Barbieri, che lo scorso mercoledì è stato riconfermato alla guida del gruppo.
L’esercizio si è chiuso con un utile netto di 5,88 milioni di euro, in crescita di oltre 4 milioni rispetto al bilancio 2011 e un margine operativo lordo di 44 milioni di euro: più 31,8% sull’anno precedente.

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Valore produzione da 469 a 491 milioni. Numeri da record, soprattutto se si confronta con quelli medi del settore, rilevati dall’Asstra, l’associazione delle imprese del trasporto pubblico locale: margine operativo lordo in calo in media del 23%; valore della produzione, ossia ricavi più compensazioni pubbliche, sceso del 2%.
I risultati a Torino sono stati raggiunti facendo i conti con un taglio delle risorse pubbliche, meno 13,6 milioni, e una crescita dei costi stimabile in più di 21 milioni, tra carburante, energia per trazione e assicurazioni. E l’azienda ha incassato solo il 65% dei corrispettivi dovuti dagli enti pubblici e vanta un credito complessivo pari a 280 milioni.
Per compensare Gtt ha stimolato la domanda, registrando un balzo in avanti consistente di passeggeri, anche questo un dato in controtendenza rispetto alla media: «Abbiamo incrementato significativamente la vendita da biglietti e abbonamenti, più 11,8%, e i passeggeri trasportati nell’anno, più 8 milioni, raggiungendo la cifra record di oltre 201 milioni di persone — spiega Barbieri — il tutto associato ad un taglio dei costi incisivo: meno 46% di spese per le consulenze e prestazioni professionali, meno 41% di costi per gli organi sociali e costo del lavoro dei dirigenti in calo del 28%». Tagli anche alla telefonia fissa (— 16%) e mobile (—11%). Incrementi e limature che hanno permesso di centrare gli obiettivi, senza cassa integrazione, oggi Gtt conta 5.142 addetti, e senza rinunciare agli investimenti: acquistati 114 nuovi bus a basso impatto ambientale e programmato l’inserimento di altri 138 mezzi.
E poi la lotta all’evasione, anche per una questione di equità: ritorno dei controllori a bordo, installazione di macchinette automatiche per la distribuzione dei biglietti sui mezzi, sperimentazione dell’incarrozzamento anteriore, come avviene in Europa, rafforzamento dei controlli e, fra poche settimane, il primo test su alcune linee extraurbane di tornelli per il controllo dell’accesso.
Varata anche una riorganizzazione della rete, in sinergia con il Comune, riducendo la quantità di chilometri, eliminando linee doppione, cadenzando le frequenze, puntando su alcune linee “forti”. L’impatto per l’utenza è stato minimo: «Soprattutto in un momento di crisi e di difficoltà generale, il trasporto pubblico è un servizio essenziale per la comunità — sottolinea Barbieri — un servizio al pari di quello sanitario. Piuttosto che ridurre in maniera indiscriminata i fondi, sarebbe necessario legare l’erogazione dei soldi a parametri di efficienza e di gestione». Il problema è il mercato italiano, troppo frammentato, con più di 300 imprese sparse nel Paese, non come negli altri Stati europei dove esistono due-tre grandi gruppi, la maggior parte a capitale solo pubblico, per la gestione dei servizi. E l’operazione vendita Gtt potrebbe essere il primo passo in Italia per la nascita di un campione nazionale che abbia la forza di aggregare altre imprese del comparto. Non solo una valorizzazione, ma un’operazione di politica industriale.

 

La psicopolizia nei 5 Stelle (18 giugno 2013)

Paola Pinna

Psicopolizia

La psicopolizia (in inglese thought police, in neolingua thinkpol) è l'apparato poliziesco presente nel libro 1984 di George Orwell.
Nel romanzo di Orwell la psicopolizia ha il compito di controllare tutte le persone attraverso dei teleschermi (che funzionano anche da telecamere), facendo in modo che queste non commettano psicoreati. Sebbene nel romanzo non esistano né leggi né documenti che spieghino le varie forme di psicoreato, sembra che con questa espressione ci si possa riferire non solo alla vera e propria insubordinazione, ma soprattutto a qualsiasi progetto, anche inconscio (da cui il prefisso 'psico-') di non completa obbedienza alle direttive del partito.

L’intervista della cittadina deputata Paola Pinna

La cittadina deputata Paola Pinna intervistata il 17 giugno 2013 da Piazza Pulita (La 7) parla di clima surreale all’interno del movimento 5 Stelle e di duri contrasti tra l’ala “talebana” (i fedelissimi di Beppe Grillo) e i “dissidenti” che vogliono maggiore democrazia e libertà di critica.
Qui il video dell’intervista

Clima surreale

Scrive il Corriere della Sera   commentando l’intervista di Paola Pinna.
Clima surreale, tra i 5 Stelle, con una divisione sempre più netta, ormai difficilmente sanabile. Da una parte chi considera un'eresia anche solo esprimere un'idea. Dall'altra chi considera devastante la tesi per cui i parlamentari a 5 Stelle, in quanto portavoce, non abbiano diritto di pensare con la testa propria. La faglia che separa i due territori è ormai visibile a occhio nudo. E la scissione, dice un dissidente, «è ormai questione di poco, forse settimane».

Espulsione in vista?

Secondo Giornalettismo  anche Paola Pinna sta per essere esplusa.
Scrive il sito online:
Palesemente differente Pinna ha più volte chiesto un “cambiamento” all’interno del MoVimento 5 stelle in Parlamento.
Richieste finora mai accolte.
Sulla Stampa ha ammesso che “se si rendesse necessario” lei sarebbe pronta ad entrare in un nuovo gruppo parlamentare. Non condivide lo stile del genovese che evoca “immagini di morte, decomposizione, vuoto”. Il clima da psicopolizia più volte da lei denunciato e la paura di una “dittatura della maggioranza” sono parole che non sono andate giù a diversi suoi colleghi.
Talmente tanto che qualcuno ieri avrebbe proposto la sua espulsione da inserire all’ordine del giorno.

 

Italia, il calvario digitale (Punto Informatico, 17 giugno 2013)

Politica: 

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Nuovo rapporto Assinform sullo stato dell'economia digitale del Belpaese. I dati, come prevedibile, non sono positivi così come non lo sono le previsioni per il 2013. Deve intervenire la politica per rimettere al centro imprese e lavoro

Assinform ha pubblicato il suo 44esimo rapporto sull'economia digitale italiana o "global digital market", e ora come tre mesi fa i numeri sono negativi e i trend davvero poco incoraggianti: l'associazione di Confindustria per l'Information Technology parla di un fatturato a -7,5 per cento nel primo trimestre dell'anno 2013, con stime a fine anno di un ulteriore -4,2 per cento del mercato.

Il rapporto Assinform conferma quanto già evidenziato in questi giorni dai numeri forniti dall'Unione Europea nell'ambito del progetto Agenda Digitale 2020: la crisi economica generale influenza pesantemente anche il mercato digitale, le telecomunicazioni crollano di un 9,4 per cento - a causa soprattutto della riduzione delle tariffe di terminazione, spiega l'associazione - e l'IT registra un -4,2 per cento.

L'Italia è in controtendenza rispetto all'Europa e al resto del mondo, spiega il presidente di Assinform Paolo Angelucci, perché se globalmente l'ICT raggiunge un valore di 4.219 miliardi di dollari (3.169 miliardi di euro) con un +5,2 per cento registrato fra il 2011 e il 2012, nel Belpaese il settore è in sofferenza pur "pesando" sul PIL nazionale per 68 miliardi di dollari (51 miliardi di euro).Ma non tutto è perduto per l'economia digitale italiana, visto che oltre ai dati e i trend negativi c'è anche qualche sintomo di "vivacità" che lascia sperare per un futuro diverso: i trend di crescita della vendita di smartphone e della "Internet delle cose" crescono rispettivamente di un +62 per cento e un +22 per cento, un incremento superiore alla media mondiale del 44 per cento e del 6 per cento.

La ricetta di Angelucci per far tornare al crescere l'economia digitale così da trainare l'intero sviluppo nazionale è scritta parzialmente in "politichese" affinché la politica ascolti: il presidente di Assinform dice che "non ci si può affidare a provvedimenti spot" ma "occorre un impegno a tutto campo puntando su Agenda Digitale, Economia Digitale e Politica Industriale per il settore IT".

L'associazione chiede alla Presidenza del Consiglio di farsi carico direttamente della questione, istituendo un "bonus cloud" sotto forma di credito d'imposta per lo sviluppo di "nuovi processi aziendali" e favorendo la digitalizzazione delle imprese e gli investimenti "anche immateriali". La risposta della politica, per il momento, si è concretizzata assegnando il compito di occuparsi dell'Agenda Digitale a Francesco Caio. Misure concrete arriveranno poi, eventualmente.

 

Quer pasticciaccio brutto della giunta Marino (17 giugno 2013)

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Ma è da marziani chiedere che chi si è candidato (e fatto eleggere) in Parlamento o in Consiglio comunale rimanga a fare il proprio lavoro?
Fioccano le anticipazioni sulla futura giunta Marino a Roma e sorprende (negativamente) leggere di deputati (pure renziani!) pronti a lasciare Montecitorio per diventare assessori. Stesso discorso per chi è già consigliere comunale e sogna di fare l’assessore …
Si rischia di far passare ai cittadini il messaggio che candidarsi e farsi eleggere serve solo ad acquisire visibilità e “peso politico”!
Francamente mi aspetto che Marino (ma è tornato dalle vacanze o fa i week-end lunghi?) mantenga le promesse fatte in campagna elettorale: giunta composta da personalità indipendenti (possibilmente anche un po’ rompipalle) e competenti.
Ignazio al confronto con Alemanno su Sky non avevi promesso di annunciare i nomi della tua giunta prima del ballottaggio?
E daje! Smettila di cazzeggiare!

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Roberto Giachetti: denuncia pubblica su magistrati fuori ruolo, «legge violata» (La7, 17 giugno 2013)

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Stralcio della puntata di Omnibus mattina del 17-06-2013, condotta da Andrea Pancani con, oltre a Roberto Giachetti, Maurizio Gasparri (Pdl), Daniela Preziosi (Il Manifesto), Fabrizio Rondolino (Frontpage), Iacopo Iacoboni (La Stampa), Pietro Paganini (John Cabot University).

Pancani: Possibile che la politica non riesca ad abbattere la burocrazia?

Roberto Giachetti: Le faccio un esempio: io l'anno scorso ho fatto una battaglia per regolare la messa in fuori ruolo dei magistrati. Significa che se i magistrati vanno a fare un altro mestiere, pagato dallo Stato, la cosa sia almeno regolata. Eravamo riusciti alla Camera a ottenere una regolamentazione; poi, arrivati al Senato, in Commissione Giustizia, dove c'erano i magistrati del PD, PDL; Scelta civica, tutti quanti hanno smontato questa norma e ce l'hanno rimandata con il voto di fiducia, grazie anche al ministro Severino, di fatto molto annacquata. Però questa norma, per quanto annacquata, diceva che "a qualunque titolo" si svolge un lavoro che non è quello del magistrato, si deve andare fuori ruolo. Legge dello Stato.
Ora: Il ministro Cancellieri, per me uno dei migliori ministri della Giustizia di sempre, grazie alla complicità del CSM - Consiglio superiore della Magistratura, ha messo a capo dei suoi uffici, Legislativo e Gabinetto, due magistrati fuori ruolo che non possono essere messi lì, perché hanno superato i dieci anni che la legge prevede. E magari si dovranno occupare, per esempio, della responsabilità civile dei magistrati...

Pancani: Ma lei glielo ha detto alla Cancellieri?

Roberto Giachetti: Non solo gliel'ho detto, ho fatto una conferenza stampa, di cui non ha parlato nessuno; la Cancellieri non risponde, ha risposto il CSM dicendo che... Io ho fatto anche una interrogazione parlamentare. Però non lo dovete chiedere solo a me: perché vi interessate così poco di quelli che in questo Paese contano?
Io denuncio pubblicamente che questa Legge è stata violata.

Chi è Roberto Giachetti?

Roberto Giachetti (Roma, 24 aprile 1961) è un politico italiano. Eletto, grazie alle primarie dei parlamentari, deputato nelle liste del PD nel febbraio 2013. È Vicepresidente della Camera. Comincia a fare politica da giovane, nei movimenti studenteschi e poi a 18 anni nel Partito Radicale fino al 1989, in quegli anni è anche redattore di Radio Radicale. (…)

Essendo di estrazione radicale, ha attuato diverse volte lo sciopero della fame: nel 2002 per sollecitare il Parlamento ad eleggere due giudici della Corte Costituzionale mancanti e ripristinare il plenum, nel 2004 per sollecitare la calendarizzazione della legge sul conflitto di interessi, nel 2007 affinché i dirigenti del PD indicassero una data certa per lo svolgimento dell'Assemblea Costituente, nel 2008 per ottenere le elezioni primarie nella città di Roma e nel 2012 in segno di protesta contro la legge elettorale cosiddetta porcellum (vedi http://www.lastampa.it/2012/08/08/italia/politica/digiuno-a-staffetta-contro-il-porcellum-pBAUsGzlwcIUvJLmLOH1BK/pagina.html).

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Patrizia Toia: Internet, l’Italia non resti indietro (l’Unità, 17 giugno 2013)

Politica: 

patrizia-toia

  • Fonte: online  e pdf in rassegna stampa Polito

Se spesso si parla di Europa a due velocità, per quanto riguarda Internet l’Italia appartiene di certo ai paesi che navigano più lentamente.
Il nostro Paese non investe abbastanza nello sviluppo della banda larga ad alta velocità, la spina dorsale delle telecomunicazioni e del mercato digitale.

Gli ultimi dati pubblicati dalla Commissione europea sono allarmanti.
Il 98 per cento delle abitazioni italiane ha ormai una connessione a internet, ma soltanto il 14 per cento ne possiede una ad alta velocità, che permetta cioè di navigare ad almeno 30 megabit al secondo.
Si tratta di un dato sensibilmente inferiore alla media comunitaria che sfiora il 54 per cento.
In Europa nessuno fa peggio di noi: fra i grandi Paesi dell'Unione europea si arriva al 70 per cento nel Regno Unito, al 66 per cento in Germania e al 64 per cento in Spagna.
Ma fanno meglio anche gli ultimi entrati nell'Ue: sia in Romania che in Bulgaria si supera infatti il 60 per cento.
L'Italia non si può permettere di rimanere indietro nella sfida delle reti veloci, uno dei settori chiave dell'economia dei prossimi decenni.
Certo il nostro Paese è tra i più virtuosi nella diffusione dell'internet mobile, ma è l'unico ambito in cui possiamo dire di essere all'avanguardia.
Secondo il rapporto annuale della Commissione Ue, rimaniamo molto più indietro rispetto alla media comunitaria nello sviluppo di sistemi di gestione digitale della pubblica amministrazione (eGovernment), ma anche per quanto riguarda il settore sanitario (eHealth) e il commercio elettronico (eCommerce).
Brutte notizie anche sul fronte educativo: rimangono una minoranza le scuole con gli adeguati strumenti informatici e questo non fa altro che penalizzare i nostri giovani sul mercato del lavoro.
Il commissario per l'Agenda digitale, Neelie Kroes, ha ribadito a più riprese la necessità d'investire maggiormente nelle reti ultraveloci e di creare un vero mercato unico europeo delle telecomunicazioni.
Nel corso di quest'anno la Commissione Ue ha intenzione di adottare una serie di proposte concrete per andare in questa direzione, promuovendo la crescita, la competitività delle imprese e l'occupazione in tutta l'Ue.
L'Italia deve capire il potenziale del settore e dirigersi nella direzione indicata da Bruxelles.
E deve farlo più velocemente di quanto non lo siano le proprie connessioni a internet.

Chi è Patrizia Toia?

Patrizia è vicepresidente del Gruppo dell’Alleanza Progressista di Socialisti e Democratici (S&D) al Parlamento europeo dove è stata eletta nel 2009 nelle liste del Partito Democratico
È componente della Direzione Nazionale del Partito Democratico

Per contattare Patrizia

Email: patrizia.toia@europarl.europa.eu
Sito web: http://www.patriziatoia.eu/
Facebook https://www.facebook.com/pages/Patrizia-Toia/519219611453854

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Nardella: “Bersani poco generoso con l’esecutivo e con noi” (l’Unità, 17 giugno 2013)

Politica: 

nardella

«Voler cambiare le regole dello Statuto, stabilendo che segretario e candidato premier debbano essere due figure distinte ha tutta l’aria di essere l’ennesimo tentativo di fermare qualche candidatura»

  • di Maria Zegarelli

Dario Nardella, renziano doc, mette le mani avanti alla vigilia della riunione della Commissione incaricata di cambiare le regole.
Le diffidenze delle scorse primarie sono ancora tutte lì, solo che stavolta Matteo Renzi è un candidato fortissimo e non si farà mettere i bastoni tra le ruote. E a Pier Luigi Bersani, il giovane deputato dice: «Mi aspetterei un po’ di generosità nei confronti del governo Letta».

Nardella, si stanno invertendo i ruoli. Rimproverate Bersani di voler minare il governo quando dice che quella attuale non è l’unica maggioranza possibile in Parlamento?

«È lui a portare la responsabilità principale della sconfitta elettorale e della gestione successiva, tanto che si è dimesso. Di fronte a questi eventi traumatici per il Pd mi aspetterei da parte sua un po’ di umiltà sia nei confronti del governo Letta, che si trova sotto pressione e comunque sta dimostrando di affrontare la crisi con il massimo impegno, sia nei confronti del partito alla vigilia del congresso. Non è che possiamo immaginare di dimenticarci le responsabilità passate perché abbiamo vinto le amministrative: rimane sempre il grande dato dell’astensione a doverci preoccupare perché nessuno può escludere che un giorno quei voti tornino ai partiti a noi avversari».

C’è anche chi legge in quelle dichiarazioni di Bersani un monito a Renzi, come a dire «attenzione, perché se il governo dovesse cadere il ritorno alle urne non è affatto scontato». Solo una lettura maliziosa?

«A me sembra tutta tattica il cui unico risultato potrebbe essere quello di destabilizzare il lavoro del governo».

Questo congresso che dovrebbe rianimare il malato non rischia di acutizzare le diffidenze e quindi le divisioni?

«È proprio questo il punto: le battaglie bisogna farle a viso aperto partendo dal fatto che è giusto e inevitabile che si creino delle aree che abbiano l’obiettivo di un progetto politico attorno al quale esprimere una candidatura. Non può essere vissuta come una minaccia quella che è una dinamica naturale in vista di un congresso, né possiamo partire con l’obiettivo di bloccare un candidato anziché affermare un proprio progetto».

Ma come si può contrastare la candidatura di Renzi che è oggettivamente fortissimo?

«Io mi aspetterei un congresso nel quale chi si mette in gioco lo faccia non per bloccare la corsa di un altro. In questo senso apprezzo Gianni Cuperlo che piuttosto che polemizzare con Matteo si impegna per affermare una sua proposta di partito. Lo stesso dicasi per il dibattito sulle regole».

Temete che si vogliano chiudere le primarie?

«Sarebbe un errore imperdonabile. La scelta della leadership deve avvenire con le primarie aperte perché non possiamo commettere l’errore dello scorso novembre quando il partito ha finito per respingere la partecipazione spinto dal sospetto e non dall’entusiasmo. Per quale motivo, in questa situazione di crisi della politica così acuta, noi dovremmo tenere fuori un giovane che decidesse per la prima volta di votare alle primarie per scegliere il leader Pd?».

E veniamo al tema del candidato premier. Deve essere il segretario?

«Dal momento che è già emersa una disponibilità, seppur condizionata alla definizione delle regole, di Matteo Renzi a guidare il partito, dividere le due figure suonerebbe più come una scelta tattica per fermarlo. Io la vedo così».

Lei sembra dar per certa la decisione di Renzi rispetto alla segreteria del partito. È così?

«Io me lo auguro ma è Matteo che deve decidere. Anche domenica scorsa ha ripetuto che aspetta di conoscere quali saranno le regole prima di dire cosa farà, ma troverei singolare una separazione dei due ruoli proprio adesso».

Non c’è il rischio che una volta eletto il segretario candidato premier salti il governo, come è accaduto in passato?

«Noi scegliamo prima di tutto il leader del partito e poi oggi ci troviamo in una situazione politica ed economica completamente diversa rispetto al passato. Non vedo parallelismi».

Non teme che la Commissione venga paralizzata dai veti incrociati?

«Spero che questo non avvenga perché dobbiamo liberarci al più presto della discussione sulle regole e iniziare un dibattito politico sui progetti. Dobbiamo abbandonare l’idea di un partito classista e iniziare a parlare a tutta la società e sono convinto che al congresso ci saranno due posizioni a confronto: da una parte chi vorrà ancora scommettere sul bipolarismo e dall’altra chi pensa di poter tornare ad una stagione delle alleanze tornando al sistema proporzionale».

Dario Nardella

Ha 37 anni. E’ sposato con Chiara e ha due figli: Cosimo e Ameliè. E’ docente Universitario. E’ Vicesindaco di Firenze da quando, nel 2009, affianca Matteo Renzi. Eletto per la prima volta in Consiglio Comunale nel 2004, è stato Presidente della Commissione Cultura, Istruzione e Sport. E’ stato consulente giuridico del Ministro Vannino Chiti. Direttore della Fondazione Eunomia, Scuola di formazione politico-istituzionale. E’ diplomato in violino al Conservatorio Cherubini.

 

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